mercoledì 27 aprile 2011

Madro (incipit)







La vigilia di Natale del 1976, in un piccolo paese della provincia napoletana, una donna era in procinto di partorire. Strano a vedersi, ma quella sera, anche alle falde del Vesuvio, nevicava, nevicava tanto.

Cadevano fiocchi a forme di crome e semibiscrome; ne cadevano tanti da poter comporre la più bella melodia per le orecchie di mia madre, la nascita del suo primo ed unico figlio.

Ma i fiocchi di neve appena toccavano terra si scioglievano all’istante, presagio che non avrei mai imparato a leggere la musica.

Nella sala d’aspetto un giovane, bello e intimorito, attendeva il momento esatto in cui un maschio termina di essere un ragazzo ed inizia a diventare uomo.

Una figura smilza con una maglietta rossa ed un cappello a forma di bombetta, si avvicinò a mio padre e con uno strano accento gli chiese: “Sei emozionato?” e mio padre gli sorrise dicendo: “Sta per nascere il mio primo figlio…lo chiameremo Marco.”

L’uomo sorrise sospirando e con tono saggio ed autorevole iniziò: “In un luogo lontano, chiamato Pomigliaska, una donna sta per dare alla luce un bambino, Madro sarà il suo nome. Poco dopo maggiorenne questo ragazzo, a bordo di un grande gommone bianco solcherà il mare nostrum e verrà in Italia. Tuo figlio e Madro si conosceranno, diverranno amici, uniti come due fratelli, saranno… saranno due miserie in un corpo solo..”

(..)











martedì 15 dicembre 2009

Tu tum, tu tum, tu tum...



Tu tum, tu tum, tu tum...
cazzo come batte forte il cuore, provo a interagirci ma lui niente, involontario potente ed autistico continua il suo lavorio. E' un operaio instancabile e generoso.
Tu tum, tu tum, tu tum...
Eppure sono un bastardo qualunque ma a lui non interessa, continua ad pompare sangue in ogni parte del mio corpo; riesco solo a dirottarne un flusso potente verso il basso ventre, un rigonfiamento improvviso, sarà forse l'immagine, vista stamattina sul telefonino di Carlo, che immortala Elda, la commessa che lavora alla cassa sei, mentre sorride e concentra tutta la sua vita nel rigonfiamento del petto....che tette!
Ma quelle sono tette che per poterle analizzare bisogna fare promesse d'amore a lungo termine.
Il freddo entra dal buco del calzino; mi piace vestirmi della mia povertà.
Tu tum, tu tum, tu tum...
Tra un po' dovrò andare via, qui si riempirà di coppiette che ammazzeranno la procreazione scomponendola con i succhi gastrici o dipingendo fazzoletti che cadranno come cartapesta in terra apparendo da lontano fiori bianchi piantati sull'asfalto.
Tu tum, tu tum, tu tum...
Sono stanco.
Tu tum, tu tum, tu tum...cazzo mi fa male il petto.
Non so cosa fare...il solito tour bar? Le finanze lo permettono, vai!
Accendo l'intelligentometro posto nella zona depressiva del cervello, ma non rintraccia niente, i pochi sono rinchiusi, rintanati in casa senza lasciare traccia della propria esistenza se non nei campioni di acqua reflua nei laboratori dell'ASL che ne analizza le percentuali di litio, mercurio, benzene ed altro...
Comprendo l'isolamento, qui è una giungla dove una scimmia mediamente evoluta potrebbe, per noia, mettersi a giocare con la meccanica quantistica.
Penso ad un poveretto devastato dalla meditazione sulla colpa per aver esplorato l'amore in forme non convenzionali che non dispiacquero nemmeno a Dio.
Sto per perdere un dente lasciando uno spazio vuoto nel mio sorriso che a qualcuno sembrerà interessante e ad altri un evitabile segno di devastazione.
Devo riprendere possesso della mia intelligenza...ma poi che garanzia ho di essere intelligente, mhà!? Il fatto è che qualcuno lo crede ed inizia a dirlo in giro ed alla fine te ne convinci.
Sento il bigottismo del posto in cui vivo come un guinzaglio al muso, una pressa al cervello, eppure qui sembra essere tutto lecito, ma i valori...si i valori delle mie fottute transaminasi quelle dovrebbero interessarmi...!!

Perché essere ipocriti, esco dal personaggio, sono devastato per l'ennesimo fallimento...come cantava Gazzè “Ho lasciato scappar via l'amore....” e come al solito mi nascondo dietro un verso o uno scarno racconto, o una canzone...dovrei cercare un carrozziere per la mia personalità e provare a metterla a posto, ma no...

Io alla fine sono così, mi piaccio così, prego così, sbaglio così...

Specchio specchio delle mie brame
chi è il più strano del reame?
Chi non ha nessuno segreto
prego faccia un passo indietro...

mercoledì 22 luglio 2009

la noia

Delle sere mi annoia anche l'idea del suicidio.
La noia.
Il vecchio mi disse che la vita è bella, ma mentre lo diceva zoppicava ed io non gli credetti. Anche il gobbo, una mattina, mentre si agghindava il collo con un peluche a forma di gatto, mi disse che la vita era bella; ma nemmeno a lui credetti.
Da qualche tempo mi piace il silenzio delle chiese, di quelle piccole. Non cammino mai, sono sempre in macchina e mi disturba, quando freno, il rumore delle bottiglie vuote contro il telaio di ferro del sedile, lato passeggero.
Ho creduto per qualche giorno di avere delle percezioni visive, ma m'ero dimenticato che avevo comprato gli occhiali nuovi e, semplicemente, vedevo meglio.
La noia.
La noia è quando neanche un porno ti riprende, quando una vignetta di Vauro sembra il tratto di un bambino che sta imparando a disegnare.
Ho anche deciso di smettere di fumare, ma la noia me lo ha impedito. Almeno scendo da casa di notte per comprare le sigarette e posso imprecare contro il distributore che rifiuta i soldi di carta, ma io sono furbo, ho sempre 3,70 euro in monete. Quando le monete scendono fanno quel rumore sonante che rompe il silenzio di una notte di un paese di periferia che riposa in attesa della festa patronale; forse verrà a cantare Mimmo Dany ed io “me lo andrò a sentire”.
La noia.
Com'è dolce però abbandonarsi alla noia. Lentamente, steso sul letto, al quale per pigrizia non cambi le lenzuola da una settimana, il tuo corpo sembra liquefarsi e divenire un'unica sostanza con la calura umida di una notte afosa.
La noia...non so se riuscirei a farne a meno
.

Pseudo rapina (racconto)




Ho letto la posta, aggiornato lo space, invitando qualche foto seducente come amica.
Ho cercato qualche cadavere su facebook, ma oltre a pochi amici di scuola l’unica persona che cerco sembra non aver mai avuto un contatto con la rete. Almeno una volta a settimana ci provo, ma niente.
La flautolenza di una scorreggia, che ha dimezzato il volume della mia pancia, mi rammenta che ho un corpo. Spengo il pc, direttamente dalla multipresa, a fanculo l’hard disk. Vado in esplorazione della capitale; per ora ne ho solo una percezione che va dalla stazione a trastevere. Devo impegnarmi.
Mentre cammino gioco con l’aria condensata che sembra eruttare dalla bocca.
Mi perdo in una traversa di via Giolitti. Un corpo, del quale ne percepisco solo l’ombra che mi sovrasta, sembra seguirmi. Non saprei dire quanto è alto, ma mi inquieta. Cambio improvvisamente lato della strada, l’ombra continua a seguirmi. Non ho più dubbi, mi segue. Rallento e lascio che mi raggiunga. Mi fermo e mi giro con calma. Eccolo, mi è davanti.
Non è molto alto e nemmeno mal vestito.
“Muoviti dammi i soldi che tieni addosso ed il telefonino!”
Non oppongo resistenza.
“Mi lasci almeno estrarre la scheda?”
“Si, ma muoviti. I soldi, dammi tutto quello che tieni!”
Estraggo il portafogli dalla tasca posteriore e gli dico:
“Ho solo venti euro, guarda”
“Dentro le tasche! Dammi tutto quello che hai nelle tasche!”
“Ho solo questi!”
Alza di scatto il braccio, come per darmi uno schiaffo. Tentando di riparami mi cade il portafogli. Inizio ad avere paura. Estrae fulmineamente un coltello dalla tasca del giubbino e me lo punta al viso, tremando si abbassa e raccoglie il portafogli. Prende i soldi e si allontana con passo veloce, dimenticandosi del cellulare.
Mentre lo vedo allontanarsi il battito cardiaco riprende la sua normale frequenza, ed il calore del viso diminuisce gradatamente.
Ritorno verso casa. Tutto sommato sono contento. Il tizio ora sicuramente starà bevendo o mangiando alla mia salute. Poteva almeno invitarmi! E’ questo che mi disturba.
Salgo le scale, avverto il peso del mio corpo e per la prima volta mi accorgo del disservizio preannunciatomi dall’agenzia immobiliare “AFFITTASI APPARTAMENTO - ZONA TERMINI - NO ASCENSORE” .
Mentre salgo le scale mi chiedo perché non ho reagito, perché sono rimasto inerme “Mica ho i soldi che mi escono dalle tasche!?”. Ma lo so perché non ho reagito, perché sono semplicemente un codardo ed ho una paura fottuta di morire, o forse di uccidere per difendermi.
Spesso giro nei dintorni della stazione.
La stazione è lo specchio della frantumazione sociale.
“I meno fortunati” li chiamano!! ma come si fa a chiamare meno fortunato chi vive senza tetto, una casa di cartone, un randagio per termosifone. Di notte riesco a sentire il dolore di quest'umanità disperata, ma di giorno anch'io sono vittima del mio atteggiamento mediocremente distratto.

Microsfere di polietilene (racconto)



“Ma che me ne frega dell’inquinamento!”.
Urlava forte Diego ad Alessandra.
“Tu sei matta e anche comunista! Io dovrei sentirmi un verme perché provo piacere nel toccare le gambe di Monia e respirarne a pieni polmoni il profumo della pelle?!”.
Ad Alessandra stava quasi per esplodere la carotide, rossa in viso, riuscendo a stento a non strozzarsi mentre beveva dal bicchiere di plastica ed urlò: “Tu sei un ignorante! Non sai che nelle creme, cremine e prodottini, sono insediati miliardi di microsfere di polietilene che dagli scarichi delle abitazioni arrivano paro paro nel mare e vengono mangiati dai pesci, inquinano e te le ritrovi accumulati nella pancia e producono tumori! Bestia!”. Diego sornione, rideva, come un adulto sorride all’invettiva di un adolescente che vuole cambiare il mondo e disse: “A me il pesce non piace”. “Sei uno stronzo!” “Probabile, ma a te quei tipi ecologisti, ti stanno facendo il lavaggio del cervello!” “Tu sei marcio ed ignorante e non ti interroghi su niente!” “Ale tu stai fuori!” “Io sto fuori!? Ma ti rendi conto che per il semplice fatto di dover apparire belli e perfetti, da copertina, quanto male facciamo all’ambiente e a noi stessi?!” “Certo che potrei rendermene conto” “No, che non te ne rendi conto, altrimenti mediteresti prima di esaltare la levigatezza della pelle di Monia, cantare a destra e a manca quanto ti fa sballare...mentre....scopate..!! “Tu sei gelosa, della sua leggerezza! E poi non è una ragazza ignorante”. “Non è ignorante?! Ma se avrà letto al massimo, nella sua intera vita, due libri, e non immagino di che specie!” “Invidiosa! Monia è anche laureata, mentre tu sei parcheggiata all’università e non riesci a laurearti cercando un tema adatto per la tua tesi del cazzo!” “Bastardo! Non hai argomenti e tiri in gioco l’università, io cerco un senso nelle cose che faccio! E non ho votato la Santanchè perché mi piaceva la borsa da un miliardo di euro che indossa come un trofeo!” “Comunque la politica non c’entra niente, stai solo dando i numeri!”.
….continua...non lo so...

venerdì 17 luglio 2009

Diaologo delle quattro pm.



- Perché parti?
- Qui non sto più bene.
- Cosa ti manca?
- Niente.
- Allora?
- Magari c'è altro del quale io ignoro l'esistenza, insomma magari è quello che potrebbe - mancarmi, quindi...parto.
- E gli amici?
- Non ne ho
- Amori?
- Nemmeno
- E la tua famiglia?
- Sopravviveranno ugualmente
- Dove andrai?
- Non lo so ancora, per ora parto
- Non ti terrorizza non sapere dove andrai, cosa farai?
- No, mi terrorizza maggiormente restare fermo qui, appagato
- Sei un irrequieto?
- No assolutamente no, sono sereno.
- Uhm, capisco. Beh, per oggi la seduta è finita.
- Ok. Mi accompagnerebbe fino all'ascensore, ho difficoltà nell'ultimo tratto con la nuova carrozzella.
- Certo, ovviamente.
- Alla prossima settimana, allora.
- Giovedì, ovviamente, alle quattro.
- Arrivederci
- Arrivederci

martedì 31 marzo 2009

Per Mimì




Questo è un post scritto un po' di tempo fa, esattamente il giorno dopo aver conosciuto il poeta Domenico Meo. Ora non è più tra noi, se non con i suoi versi.

Ieri sera ho conosciuto un'anima gentile, con un viso mascherato di rughe, ma l'anima, l'anima!! emanava profumo di purezza che contraddistingue pochi, pochissimi.
La sua parola tremante per fermentazione ha profuso nelle nostre ossa un suono netto di sincerità che è solo dei poeti...grazie Mimì per averci regalato il tuo libro!


cito pochi versi:

DISINVOLTA

disinvolta per
il sentiero vai
a cogliere allegro
canto di festose
primavere.
Con ali schiuse
T'involi nel domani
come candido airone
su lastre di mare.
Vai nei passi
del tempo, e alle
alle prime ombre serali,
riapri il libro
che ti parla del cuore.

(Domenico Meo)

martedì 10 febbraio 2009

Uno strano lavoro 1 (Racconto)


Uno strano lavoro (Primo)


M. è in attesa, alla fermata di Largo Argentina. Cambierà il ‘40’ con il ‘90’, diretto a Via Nomentana. Sono qui dalle 7.00, aspettando che arrivi. Ha le iniziali del nome ricamate sulla sua camicia: ‘M.R’.. Ha fretta. Anche io ho impellenza, ma il mio lavoro richiede calma. Arriva il ‘40’. Salgo. M. spintona una donna che impreca in una lingua che non conosco. M. riesce a sedersi. Il posto a fianco resta vuoto, mi ci siedo io. Ha un buon profumo, ma diverso da quello che usava ieri. Tamburella nervosamente le dita sul passamano in metallo. L’abito che indossa sembra essergli stato cucito addosso. Io, per il lavoro che faccio, ho creduto fosse opportuno indossare un vestito impersonale e ne ho acquistato uno usato a porta portese. Prendo coraggio: “Stamattina il tempo non promette niente di buono!” - “Infatti” - “Le si prospetta una giornata dura a lavoro, vero?” - “In un certo senso”. Devo consegnare al più presto la mia prima relazione ed ho ancora poche informazioni: “Se non sono indiscreto, posso chiederle di che cosa si occupa?” - “Faccio un lavoro un po’ particolare”. M. Seccato volge lo sguardo verso il vetro. Arriviamo a Termini. Lo seguo, salendo sul ‘90’. Dopo sei fermate scende. Attraversa la strada, arriva al civico 36 e scompare come inghiottito dal palazzo. Analizzo le targhette del citofono, ma niente di indicativo. Deluso mi allontano. Non ho nemmeno i soldi per un caffè. Gli ultimi li ho investiti per acquistare l’abbonamento di Marzo. Scrocco una sigaretta ad un passante e mi siedo a fumarla seduto sulla panchina della fermata. Che strano questo lavoro che ho trovato. Nemmeno un colloquio di persona. Ho riposto ad un annuncio: ‘Sei un giovane, massimo trent’anni, ti paice viaggiare, contattaci?’. Quando chiamai un voce di uomo mi spiegò velocemente di cosa si trattava: “Lei sa usare il pc?” pieno di me: “Si certo ho anche la patente europea” la voce: “Bene, lei dovrebbe semplicemente andarsene in giro, con i mezzi pubblici, osservare le persone ed annotare informazioni riguardanti le loro caratteristiche, la loro vita. Mi raccomando, senza essere invadente! Anzi lei dovrebbe riuscirci senza fare domande”. Io un po’ perplesso, gli chiedo: “E poi?”. “Le ci invierà le relazioni per posta, ora le detto l’indirizzo, lavoro chiocciola osservare punto it, se le troveremo soddisfacenti la pagheremo quindici euro per ognuna”. “E come mi pagherete?”. “Non si preoccupi. Nella mail indichi generalità, telefono, coordinate bancarie”. “Ma io non ho un conto corrente”. “Possiamo anche pagarla in contanti. Lei lavori sodo, e spedisca, spedisca, poi la contatteremo noi. Lo consideri un periodo di prova. Io sono il dott. Gorgone. Ora mi dispiace ma devo lasciarla ho una riunione, buona giornata e buon lavoro!”. Chi sa di queste relazioni cosa ne faranno. Mah?. Forse indagini di mercato. Inizia a piovere. Risalgo sul ‘90’ in direzione Termini. Prenderò la metro. Forse lì avrò più fortuna. Ma è ancora più difficile, camminano tutti velocemente. Un incrocio di etnie, sguardi, gambe leste; è impossibile!. Questo lavoro non fa per me. E poi, quante relazioni dovrei inviare per guadagnarmi una parvenza di dignità nella Capitale!?. Si, mi piace andarmene a zonzo per la città ed osservare le persone, ma non posso continuare a parassitare. Non mi và di gettare la spugna terzo giorno di lavoro. Alle 15.00 in punto mi apposto all'uscita dell'edificio dove lavora M.R. Alle 17.00 M. esce, lo riconosco dalla giacca beige ed il cappotto marrone chiaro. Non si dirige verso la fermata del '90', cammina velocemente nella direzione opposta. Fa cenno con la mano ad un uomo appoggiato ad un auto. Non lo saluta nemmeno e sale nella macchina. Venti metri distante, fingo di leggere un manifesto. Li osservo discutere animatamente. Potessi sentire cosa si stanno dicendo!. M. gesticola nervosamente ma all'improvviso sembrano calmarsi, si osservano negli occhi e si baciano appassionatamente. Ecco!. Ora si che ho qualcosa di interessante per la mia prima relazione. Dopo mezz'ora M. scende dalla macchina e si avvia alla fermata del '90'. Lo seguo. Estrae qualcosa dalla tasca, è un anello e se lo infila al dito. M.R. ha una relazione con un uomo ed è anche sposato. Interessante!. Il ‘90’ arriva ed io mi ci fiondo dentro. Non riusciamo a sederci. Lo osservo, vorrei abbracciarlo, ringraziarlo, comunicargli la mia gioia. Lui accenna un saluto con la testa. Gli dico: “Allora com'è andata a lavoro?” - “Normale”. “ Ed a lei?” - “Bhè, per oggi non posso lamentarmi!”.



Secondo


Cammino lento per Via Nazionale. Sono sceso dall’autobus per le insopportabili vibrazioni causate dal matrimonio mal riuscito tra i moderni autobus ed i milioni di sampietrini. La progettazione fondata su modelli ideali non rende quasi mai. I ponti reggono perchè costruiti con l’ideale del sovradimensionamento.
Peccato esser dovuto scendere, c’era una ragazzo sul quale avrei voluto indagare. L’ho sentito, mentre parlava al cellulare: “Clara, io non so più che strada perseguire, mi guardo intorno ed avverto troppa ostilità in questa città …” poi gli schianti degli ammortizzatori mi hanno impedito di ascoltarne il seguito. ‘Ostilità!’, chi sa cosa intendeva quel ragazzo per ‘ostilità’.
In questo momento di ostile avverto solo il suono assordante delle auto, clacson, motori, cantieri, i cellulari. Ma non sono entità indipendentemente ostili; è l’uomo che aziona questi congegni.
Ogni dieci passi sono travolto da un attentato pubblicitario. Non mi sono mai interrogato profondamente sulle dinamiche della comunicazione pubblicitaria, ma credo sia ormai chiaro a chiunque il funzionamento dell’infusione del desiderio per promuovere il prodotto adatto a soddisfare il bisogno indotto.
Ieri ho notato una megacartellone pubblicitario, credo di una marca ti mutande, o di intimo maschile, ma poco cambia resta sempre un indumento atto a tenere saldo l’apparato riproduttivo.
Questo cartellone raffigurava Beckham, in tutta la sua bellezza, con un pacco enorme. Le mutande sono delle dimensioni di una smart. L’ho osservato ma, ragionando, non sono riuscito a credere che comprando quella marca, sarei diventato bello, con un pacco enorme e ricco come la popcalciatorestar. Però quella cosa deve funzionare, per spendere tanti soldi nell’allestimento.
Che pensieri mi vengono in mente!?
Ieri sera ho trascritto la mia prima relazione sintetica e l’ho spedita. Chi sa se avrò un riscontro. Questo lavoro inizia a piacermi.
Ho deciso di darmi un mese di tempo, fin quando non scadrà l’abbonamento, sempre se mio zio Amedeo non mi caccerà prima di casa, lamentandosi per la mia inettitudine. Sono fiducioso.
Mia zia è una donna sofferente, perché non hanno avuto figli e tenendomi con loro in casa e come se si trovassero, improvvisamente, con un figlio di ventidue anni.
La zia è davvero premurosa. Cambia ogni tre giorni le lenzuola del mio letto e di mattina mi chiede se tornerò per pranzo e cosa desidero mangiare. Mio zio, che ora in pensione, mi guarda un po’ con sospetto, alza gli occhi dal giornale e non dice una parola. Ma l’aurea della zia mi protegge.
Non le ho parlato del mio lavoro, l’avrei spaventata. Le dico che vado in giro per fantomatici colloqui, ed interminabili giri per le agenzie di lavoro interinale.
Ma prima o poi dovrò dar loro conto sul perché un giovane perito informatico non riesce a trovare un impiego.
Mi fermo in piazza della repubblica. Ormai i numeri degli autobus non mi interessano , non scelgo, per me sono uguali, devo indagarne il contenuto.
Mi osservo intorno, niente di interessante. Figure umane perse nel vuoto. Qualcuno ondeggia al ritmo di quello che ascolta in cuffia.
Come spesso mi capita, occupo il posto degli invalidi.
Chi potrei essere delle simboli che contrassegnano la riserva del posto: la donna con il pancione, il bambino che porta in grembo, la donna con il braccio fasciato con un pappagallo appollaiato sulla medicazione…o l’uomo con il bastone che balla. No, nessuno di questi…so che non si dovrebbe fare, ma, prendo il mio pennarello indelebile e disegno, con quattro linee e un cerchio, un uomo, poi tre cerchi che gradatamente verso l’alto si ingrandiscono confluendo in una nuvoletta ed al centro della nuvoletta abbozzo un punto interrogativo. Ora c’è un simbolo anche per me.

Intermezzo primo (racconto)



Intermezzo primo


Se avessi le mani più sottili risulterei piuttosto elegante quando rullo il goldenvirginia nelle rizlagrigiocorte. Sorrido nel pensare che qualcuno possa supporre che fumi il tabacco sfuso per gusto-moda. Si potrebbe arzigogolare qualche verso in merito alla tecnica per chiuderle, ma fumo tabacco sfuso solo per indigenza.
Ieri Claudio, boccheggiando, nel tentativo di prendere fiato, a causa dei polmoni rovinati da tre enfisemi, mi ha chiesto una sigaretta ed io mi sono vergognato di non avere un pacchetto scintillante di camelightdaventi. Le sue mani tremanti non erano in grado di rullarla e se gliela avessi confezionata io, sarebbe risultato offensivo.
In treno è proibito fumare, ma non per noi.
Claudio urlava al conducente: “Arriviamo alle quattro, arriviamo alle quattro di notte! hai perso tempo per prenderti il caffè!. Ma erano solo le sei del pomeriggio. La sua invettiva era sostenuta da almeno venti anni trascorsi a bordo di treni a lunga percorrenza come capotreno. Di certo non era stato il caffè a determinare il ritardo, ma il vizio di prendersela comoda poteva in qualche modo condizionare l'orario dei treni. Era chiaro.
In carrozza qualcuno iniziava ad innervosirsi sempre più ad ogni fermata scandita: “Arriviamo alle quattro, arriviamo alle quattro! hai perso tempo per il caffè!. E così fu a Casalnuovo, uguale a Pratola Ponte, ancora più forte a Pomigliano D'Arco. Claudio urlava cercando il mio consenso. Provavo più vergogna che pietà. Nel suo cervello qualche zona doveva ancora essere intatta e mi allocava tra gli affetti familiari. Mi aveva riconosciuto. Non potevo sottrarmi. Mi sedetti accanto a lui.
Non so chi glielo avesse dato, ma aveva in mano un depliant di biancheria intima femminile. Il gioco era fatto.
- “Claudio che gli faresti a questa?”
- “Glielo metterei in bocca!”. Pronuncio queste parole con una sincerità tale che le donne che ci ascoltavano non si scandalizzarono affatto.
- “E questa invece?” sfogliando a casaccio.
- “A questa glielo metterei in culo!”
La gente sembrava divertirsi. Orami lo avevo scagionato. Il fastidio provocato dalle ingiurie ripetute al capotreno era scoparso.
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “No Claudio non ne tengo!”
- “Ce l'hai una sigaretta?. Lo sai che ho tentato il suicidio?”
- “Si lo so!”
- “Guarda le braccia!”
- “Si Claudio lo so!”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
Scendo dal treno trai i sorrisi acclamanti dei passeggeri.
....pomeriggio successivo.
Sono in ritardo per la coincidenza per Roma. Alla penultima fermata sono pronto a correre sperando in un ritardo dell'intercity delle 15.45.
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
....credevo di essere sceso dal treno!!!!.
Prendo Claudio sotto braccio e gli dico: “Andiamo a bere un caffè!
- “Si vengo! ma ce l'hai una sigaretta?”

lunedì 9 febbraio 2009

Eiaculazione mistica (racconto)


Eiaculazione mistica


Non riusciva a capacitarsi di quello che le stava accadendo. Maurizio le stava seduto a fianco, sulla poltrona, con il pisello dritto, tanto irto da apparire un fenomeno innaturale.
Era quasi mezzanotte e la serata, trascorsa a bere vino condito con ammalianti inutili discorsi tra amici-conoscenti, occupava nei loro cervelli l’area dei ricordi a breve termine, che una buona dormita avrebbe completamente cancellato.
Ora lui le era accanto e quello che le stava accadendo avrebbe potuto occupare le pagine più pateticamente poetiche del suo diario segreto. Grazia annotava tutto quello che le accadeva in quei suoi fottutissimi quaderni, da quando, a tredici anni, aveva letto il 'Diario di Anna Frank'. Aveva deciso che il suo dolore quotidiano era degno di annotazione, comparabile a quello di un’adolescente alla quale era stata strappata la vita come uno sbudellamento lento e meticoloso, senza anestesia.
Il lavoro di persuasione di Maurizio era riuscito brillantemente:
“Dai, fammi salire da te, solo cinque minuti!. Il tempo di chiacchierare ancora un po’ e poi andrò via!”.
“No, dai…s’è fatto tardi, possiamo vederci domani!”.
“Come vuoi, ma è un peccato”.
“Ok, solo cinque minuti però!”.
Intanto Maurizio le accarezzava i capelli, con una delicatezza ed una voluttà che lei, in tutta la sua vita, aveva solo potuto assaporare raramente ed in solitudine. Come in quelle poche notti che le era risultato davvero difficile non consumarsi il clitoride con il dito medio della sua piccola e nerboruta mano sinistra.
Non provava una tale attrazione per un maschio, da quando alle superiori s’era innamorata di Giuseppe, uno splendido ragazzo dalla dentatura perfetta, capoclasse, sempre in ordine, con un tale consenso tra i coetanei che già dall’ora era chiaro a tutti che da adulto avrebbe occupato senza difficoltà la poltrona da sindaco di Casamale.
Maurizio non aveva nessuna voglia di rincontrarla, aveva solo voglia di giocare con quella curiosa figura di donna. Non intendeva mancarle di rispetto, ma avere davanti una vergine di trentasette anni, lo eccitava da morire. Grazia, dal canto suo, sentiva l’odore di giovinezza di Maurizio e quell’odore era tanto forte da mettere in discussione tutti i precetti inghiottiti in trent’anni di devozione alla parrocchia del paese.
Mauri, così lo chiamavano tutti, aveva ventisei anni, di bell’aspetto, trasandato. Aveva uno stuolo di le ragazze che continuavano a cercarlo, nonostante il suo disinteresse per i rapporti impegnativi. Questo Grazia lo aveva appurato dalle continue telefonate ricevute durante la serata, seguite da un suo cordiale rifiuto:
“No Chiara, stasera non ci sono, sono in giro con amici”. “Magari domani Anna, come?...ah scusa Anna…stasera vorrei tornare a casa presto”. E formalità del genere.
Quella sera Grazia era agghindata per le migliori occasioni. Era un ragazza estremamente curata, depilata e levigata, da fare invidia al migliore ritocco con il photoshop , odorosa, tanto da non avere bisogno di costose fragranze per saturare l’area di corteggiamento. Preservava bene il suo corpo, evitando accuratamente di prendere la patente, perché preferiva camminare a piedi. In realtà non sarebbe mai riuscita a superare il trauma del primo spegnimento del motore per inesperienza nell’utilizzo della frizione.
Dopo il primo bacio, che Mauri era riuscito a strapparle senza difficoltà, il cazzo gli si era indurito tanto da sentirsi in diritto di sbottonarsi il pantalone per estrarre la sua mercanzia. Grazia guardava fisso il nervo ed arrossì, non per le dimensioni, ma per la naturalezza con la quale lo avevo estratto.
La casa di Grazia era pervasa da un odore, non cattivo, ma che sapeva di vecchiaia. I suoi erano morti da sette anni, a poca distanza l’uno dall’altro, ma lei non aveva osato sfiorare nulla in quella casa nient’altro che la polvere, accumulata sui cimeli, rimossa con quotidiana meticolosità. Continuava a dormire nella sua angusta cameretta, che un tempo condivideva con la sorella, ormai sposata da cinque anni. Maurizio non si accorse di quell’atmosfera di antiquariato, altrimenti sarebbe scappato. Aveva tanta paura della morte e della vecchiaia che niente, se avesse riconosciuto il tanfo di stantio, l’avrebbe potuto trattenere in quella casa.
Grazia, in quella situazione imbarazzante, avrebbe voluto liberarsi di Mauri in un secondo, per poi correre nella sua stanza a pregare sottovoce la madrevergine per invocarne il perdono. Ma ormai era tardi, sapeva che non sarebbe riuscita a liberarsi di lui così facilmente. Era troppo eccitato per staccare il culo da quella poltrona.
Le effusioni che si scambiavano sembravano più una lotta che un corteggiamento, ma non era stato difficile sbottonarle la camicetta bianca, che appena le arrivava all’ombellico. La carne scoperta di Grazia aveva davvero un buon odore che eccitava Maurizio. I trentasette anni di quella donna erano annullati dall’adolescenza della sua pudicizia.
Maurizio, per quanto eccitato da quella situazione, provava una certa compassione per lei. Fiutava il suo imbarazzo, la delicatezza dei suoi no, fai piano, ma era tardi ormai, non poteva gettare la sua serata senza poter svuotare le palle del suo liquido prezioso.
Con uno scatto armonioso Mauri riuscì a farla stendere sul divano e braccarla con il suo corpo pesante. Tentava di essere delicato, ma doveva un qualche modo ammansuetirla. La gonna di cotone di Grazie lasciava ormai posto alle mutande di pizzo delle quali non si riusciva ad indovinarne il colore. Grazia aveva evitato di illuminare tutta la casa, accendendo solo il piccolo lume posto sul un tavolino di fianco alla poltrona. Non voleva assolutamente che qualche vicino potesse immaginare che stesse ospitando qualcuno, magari un uomo, a quell’ora di notte. Lei, devota alla verginemaria, non poteva mancare di rispetto al lutto che affliggeva la sua casa!.
Ma ormai Mauri le era sopra, con il suo nervo che premeva tra le grandi labbra. Comprendeva la sua contrariata eccitazione, tanto che gli parve premere il cazzo contro una spugna imbevuta di acqua e sapone. Grazia continuava a respingerlo ma il piacere le saliva al cervello, ma non riusciva al liberarsi completamente dei precetti che continuavano a dare una forza straordinaria a quella piccola mano sinistra, che proteggeva il suo sesso dal nervo vigoroso di Maurizio.
Dopo un quarto d’ora di tentativi Mauri decise di cambiare strategia e concentrò le sue forze tentando di spingere il capo di Grazia all’altezza del pisello. In una contorsione disumana Mauri vinse la repulsione nervosa del collo di Grazia, avvicinandole il pisello fino alle labbra. Lei, nonostante fosse contrariata, avvicinava la bocca al glande, ma con un movimento simile a quello di una colomba alle prese con una mollica di pane troppo grande per il piccolo becco.
Dopo mezz’ora erano entrambi stremati. La faccia di Grazia era stravolta. Alternava lo sguardo di paura a piccoli sorrisi. Non provava disgusto, ma le sembrava già abbastanza, tanto da poterlo liquidare e sprofondare in un sonno tranquillo, preceduto da un veloce e meccanico attodidolore.
Ma Mauri non intendeva assolutamente abbandonare la casa della vergine. Ci furono dieci minuti di tregua. E lui notò la faccia di Grazia quasi estasiata. Lei era distante mezzo metro da lui, con le gambe chiuse ermeticamente, ma scoperte, ed il seno destro era straripato dal reggiseno.
Mauri la guardava ed il nervo pulsava dall’eccitamento. Con la mano continuava, più che a cercarla, a calmarla l’affanno ritmico che le gonfiava il petto. A Grazia erano rimasti gli occhiali da miope incollati al viso, che le ingrandivano gli occhi, che le davano ancor più un’aria innocente. Un sentimento di colpa invase l’anima di Maurizio. Perché mai avrebbe dovuto continuare a profanare quella giovane e delicata donna. Era sicuro che Grazia avrebbe impiegato mesi per assimilare quella nottata.
Ma l’istinto predominante gli diede nuova foga ed in un frangente gli balzò nuovamente addosso. Ma questa volta le si mise a cavalcioni sulla pancia e le serrò le braccia con la sua robusta mano sinistra. Grazia non capiva cosa le stava accadendo e Maurizio, dopo averla immobilizzata, iniziò a masturbarsi con la destra. Lei gli disse: “Ma cosa stai facendo?. Dai smettila!. Non mi piace che fai così!”. Ma il movimento sussultorio della mano di Maurizio s’era orma impossessato della sua coscienza e fissava ardente la faccia di Grazia che non riusciva a staccare gli occhi dal nervo di Maurizio. Lui biascicava piccoli gemiti, sapeva che di lì a poco sarebbe venuto, tanta era l’eccitazione. Prima degli ultimi colpi assestati al nervo, si inarcò fino ad azzeccare il pisello alla faccia di Grazia, e la sua mano colpiva ritmicamente il mento di Grazia. Si, si, oh…si….ahhh…!!!
Gli venne in faccia con un vigore che avrebbe ricordato per tutta la sua vita. Il suo seme zampillò potente sulla faccia di Grazia, inondala dalle labbra, su per il viso, fino agli occhiali. Negli ultimi istanti che precedettero l’eiaculazione, Grazia sembrò sibilare un gemito di piacere, ma Mauri non era sicuro di averlo sentito. La faccia di Grazia si colorì di una strana espressione, che non era né di disgusto ne di piacere, ma simile all’appagamento. Dopo essere venuto Mauri si stese sul corpo di Grazia fino ricoprirla per intero. Le mani di lei, ormai libere dalla morsa, si profusero in un abbraccio tanto energico che Mauri non riuscì a capacitarsi che un così esile corpo potesse sprigionare tanta forza.
Stettero in quella posa, inermi, per quasi dieci minuti, dopo di che Mauri si rialzò e si ricompose occultando il nervo nelle mutande, ormai ridotto a poca cosa. Grazia non disse una parola e si passò la mano sul viso, testando la sostanza liquida che la ricopriva ed ingoiò, con sforzo, per la gola secca; sembrò quasi stesse saggiando il seme di Mauri.
Maurizio ormai s’era rivestito. Un sentimento di angoscia lo assalì, mentre tentava di indovinare i pensieri di Grazia. Le disse, con la consapevolezza che quel che diceva non sarebbe mai accaduto: “Io vado s’è fatto tardi, ci sentiamo domani”. Lei non disse una parola.
Maurizio usci dalla sua casa, un bel po’ turbato. Scendendo le scale si trovò di fronte il loculo del palazzo, debolmente illuminato, che conteneva la statua della vergine, che prima non aveva notato. Stette qualche istante ad osservarla e poi, quasi senza rendersene conto, si fece il segno della croce e recitò un atto di dolore, sbagliando anche le parole sostituendo ‘molto più’ con ‘e per di più perché ho offeso…’
Grazia rimase stesa sul divano. Aveva ancora sul viso i segni dell’eiaculazione. Ora era sola. Gli venne da ridere, mentre le sgorgavano due piccole lacrime che evaporarono prima di arrivare al collo. Ma si sentiva libera, come sollevata da un peso, ma quel sollievo non era dovuto all’assenza di Mauri.
Sentì il portone del palazzo richiudersi. Si apprestò alla finestra, scostò un poco le tende e vedendo quel ragazzo con il capo chino avviarsi all’uscita del viale sospirò: “A presto piccolo , grazie!”.

Bolle da Fiuggi (racconto)


Bolle da Fiuggi

Tutto è pronto per lo spettacolo. Immagino l’eccitazione del corpo di ballo selezionato, per l’esibizione in Piazza del Duomo di Milano.
Un cielo grigio cupo minaccia pioggia.
L’ordine delle panche, in fila, è rigoroso, quasi maniacale. Mi distrae l’ironia di un colombo appollaiato su di una sedia, tra quelle nella prima fila. Bisogna impegnare le due ore antecedenti del chi è di scena. Parto alla ricerca di un distributore di alcol, ma nonostante sia a Milano, non credo ce ne siano installati. Adocchio un bar, intravedo il cassiere, è straniero ma veste troppo bene; anche qui mi spenneranno. Sono le sette del pomeriggio ed i supermercati sono aperti. Con passo distinto mi introduco in un discount. Il mio animo ha la predisposizione di chi sta andando all’esibizione di Bolle e m’impongo un’andatura altezzosa ed elegante. Al reparto alcolici non mi risulta difficile scovare il whiskey più economico. Il suo nome emula una marca famosa, che mi suona quasi: ‘Gioacchino Daniele…per chi sa apprezzare l’effetto e non il gusto’ . Alla cassa pago, con il bancomat e ringrazio. All’uscita lo ripongo nello zainomarsupioverdemilitare, che porto a tracolla.
Mi imbrazza dover sorseggiare il mio whiskey tra la gente.
Entro alla Rinascente. Do un’occhiata ai vestiti nel reparto uomo, scelgo una giacca e mi avvio verso le cabine per provarla. La giacca, se non dovessi pagare l’affitto, la comprerei davvero. Poco prima di scomparire un commesso mi chiede se ho bisogno di aiuto ed io: “ Non si preoccupi, voglio solo misurarla, faccio da me!”.
Stappo silenziosamente la bottiglia. Un'umanità fuori è alla ricerca di qualcosa, oggettivamente gradevole, con cui vestire la propria tristezza. Avranno un bel da fare in casa per sfilare in solitudine davanti allo specchio e la loro vita sembrerà meno triste. Usciranno di casa non per vivere ma per indossare il vestito che hanno acquistato.
Anche se non ho possibilità di scelta, getto giù un piccolo sorso per assaporarlo, l’esagerata dolcezza già prelude la fermentazione che avverrà nel sangue. In uno solo sorso ne bevo quasi un quarto; i negozi tra un po’ chiuderanno. Esco dalla cabina che sono ancora sano. Vorrei rubare la giacca, ma non ne sarei capace e potrei morire dalla vergogna. Ripongo il pezzo di stoffa che mi ha corteggiato ed esco. Ora si che Milano è sopportabile!. Mentre mi avvio al Duomo mi passa davanti un gruppo di ragazzi. Dall’accento comprendo che sono calabresi. Appaiono spensierati. Forse loro sono felici di vivere qui, sono di quelli che quando ritornano a casa, al sud, in estate, narrano della l'eroica quotidianità nella grande Milano, della quantità industriale di donne che hanno posseduto, che amano Milano, che non cambierebbero Milano per nulla. E poi li rivedo ai discount a scegliere la peggiore qualità di tonno, per nutrirsi, e non inficiare sul proprio stipendio infimamente dignitoso. Che tristezza!. Ma la civiltà ha un prezzo, anche mangiare tonno e riso per mesi.
Ho bisogno di mandare giù un altro sorso. Dove posso andare?. Ma che stupido che sono!. Ecco, lì a due passi, un vespasiano di vetroresina pronto all’uso; forse sarà più pulito del mio cesso di casa.
Non esito a mettermi in fila. Devo pisciare davvero. Sono tutti emozionati, lo spettacolo sta per iniziare. Nel cesso bevo avidamente, sento gli applausi che incitano gli artisti ad iniziare. Mimo, con le braccia, nell’angustio spazio, un direttore d’orchestra che da l’attacco e, come per magia parte la musica. Esco dal vespasiano. Sono ubriaco. La fila di persone, che è in attesa per pisciare, avverte nel mio sorriso qualcosa di strano e d’istinto si allontana, allargandosi in cerchio, a tempo di musica.
La platea che mi si figura davanti appare come un campionario dell'umanità. Tento di passarla in rassegna, ma c’è un corpo sul palco, che sprigiona un’attrazione magnetica, impressionante. Sono distante, ma la definizione dei suoi muscoli avrebbe fatto arrapare anche Michelangelo, tanto da sacrificare l’inevitabilità di David con Roberto. Sorrido al suono della mia idea: ‘Il Roberto di Michelangelo’. Non danza, accarezza l’aria, vola, suadente come una donna, forte come Ercole. I suoi muscoli si solidificano e si liquefanno con frequenza allucinante; è bellezza. Le note di Čajkovskij addomesticano il mio liquido interstiziale, il mio barcolio è impercettibile ed a tempo di musica. Sono estasiato. Un applauso roboante inarca le labbra di Roberto, imponendogli un sorriso impietrito. Lo spettacolo continua.
Alla mia sinistra, una famigliola al completo. Padre annoiato, che immagina le possibilità di penetrazione apprezzando le contorsioni di una delle ballerine. La bambina, che avrà massimo sette anni: “Quel arabesque non è perfetto, io lo faccio meglio!. Vero mamma?”. “Si piccola, è vero”. Intanto un ragazzo abbraccia il compagno come a dirgli: “So che mi capisci, con Roberto ti tradirei senza averne pentimento!”. E l’atro : “Si, anche io! Ma abbracciami più forte”.
Una tardona con pelliccia, baluardo di qualcosa che non si può descrivere, sorride intorno, facendo pubblicità all’alchimista artefice del miracolo, darle la possibilità di andare in giro senza che la faccia se ne cada a pezzi o si aggrovigli al foulard di seta che ha profumato con un profumo di almeno 15 euro a spruzzo.
Intanto la bellezza continua ad imperare sul palco.
Immagino la tristezza di quei corpi, in futuro, devastati dalla vecchiaia. Spero che curino, con l’accanimento con il quale esercitano la plasticità del corpo, nelle le estenuanti ore di esercizio, anche lo spirito, perché la bellezza è del corpo ed è mortale, ma l’eleganza è dell’anima e supera il decadimento del tempo.
A fine esibizione, l’applauso è sincero e fragoroso. Sono ubriaco, ma felice. Inizia a piovere. La gente, come una mandria, si muove sincrona in direzione della metropolitana. Mi siedo su di marciapiede ed osservo la piazza che prende forma come l’aveva immaginata Mengoni.
Mi fanno compagnia pochi stranieri, ma entro mezz’ora vanno via anche loro. La pioggia incalza.
Ora a farmi compagnia resta l’immagine enorme che raffigura Roberto Bolle che pubblicizza una bottiglia di acqua Fiuggi.
Lentamente si ritorna al mecenatismo.

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