mercoledì 22 luglio 2009

la noia

Delle sere mi annoia anche l'idea del suicidio.
La noia.
Il vecchio mi disse che la vita è bella, ma mentre lo diceva zoppicava ed io non gli credetti. Anche il gobbo, una mattina, mentre si agghindava il collo con un peluche a forma di gatto, mi disse che la vita era bella; ma nemmeno a lui credetti.
Da qualche tempo mi piace il silenzio delle chiese, di quelle piccole. Non cammino mai, sono sempre in macchina e mi disturba, quando freno, il rumore delle bottiglie vuote contro il telaio di ferro del sedile, lato passeggero.
Ho creduto per qualche giorno di avere delle percezioni visive, ma m'ero dimenticato che avevo comprato gli occhiali nuovi e, semplicemente, vedevo meglio.
La noia.
La noia è quando neanche un porno ti riprende, quando una vignetta di Vauro sembra il tratto di un bambino che sta imparando a disegnare.
Anche Grillo mi annoia, ancora peggio Travaglio, con quella faccia triste, forzatamente sagomata per apparire intelligente.
Ho anche deciso di smettere di fumare, ma la noia me lo ha impedito. Almeno scendo da casa di notte per comprare le sigarette e posso imprecare contro il distributore che rifiuta i soldi di carta, ma io sono furbo, ho sempre 3,70 euro in monete. Quando le monete scendono fanno quel rumore sonante che rompe il silenzio di una notte di un paese di periferia che riposa in attesa della festa patronale; forse verrà a cantare Mimmo Dany ed io “me lo andrò a sentire”.
La noia.
Com'è dolce però abbandonarsi alla noia. Lentamente, steso sul letto, al quale per pigrizia non cambi le lenzuola da una settimana, il tuo corpo sembra liquefarsi e divenire un'unica sostanza con la calura umida di una notte afosa.
La noia...non so se riuscirei a farne a meno
.

Pseudo rapina (racconto)




Ho letto la posta, aggiornato lo space, invitando qualche foto seducente come amica.
Ho cercato qualche cadavere su facebook, ma oltre a pochi amici di scuola l’unica persona che cerco sembra non aver mai avuto un contatto con la rete. Almeno una volta a settimana ci provo, ma niente.
La flautolenza di una scorreggia, che ha dimezzato il volume della mia pancia, mi rammenta che ho un corpo. Spengo il pc, direttamente dalla multipresa, a fanculo l’hard disk. Vado in esplorazione della capitale; per ora ne ho solo una percezione che va dalla stazione a trastevere. Devo impegnarmi.
Mentre cammino gioco con l’aria condensata che sembra eruttare dalla bocca.
Mi perdo in una traversa di via Giolitti. Un corpo, del quale ne percepisco solo l’ombra che mi sovrasta, sembra seguirmi. Non saprei dire quanto è alto, ma mi inquieta. Cambio improvvisamente lato della strada, l’ombra continua a seguirmi. Non ho più dubbi, mi segue. Rallento e lascio che mi raggiunga. Mi fermo e mi giro con calma. Eccolo, mi è davanti.
Non è molto alto e nemmeno mal vestito.
“Muoviti dammi i soldi che tieni addosso ed il telefonino!”
Non oppongo resistenza.
“Mi lasci almeno estrarre la scheda?”
“Si, ma muoviti. I soldi, dammi tutto quello che tieni!”
Estraggo il portafogli dalla tasca posteriore e gli dico:
“Ho solo venti euro, guarda”
“Dentro le tasche! Dammi tutto quello che hai nelle tasche!”
“Ho solo questi!”
Alza di scatto il braccio, come per darmi uno schiaffo. Tentando di riparami mi cade il portafogli. Inizio ad avere paura. Estrae fulmineamente un coltello dalla tasca del giubbino e me lo punta al viso, tremando si abbassa e raccoglie il portafogli. Prende i soldi e si allontana con passo veloce, dimenticandosi del cellulare.
Mentre lo vedo allontanarsi il battito cardiaco riprende la sua normale frequenza, ed il calore del viso diminuisce gradatamente.
Ritorno verso casa. Tutto sommato sono contento. Il tizio ora sicuramente starà bevendo o mangiando alla mia salute. Poteva almeno invitarmi! E’ questo che mi disturba.
Salgo le scale, avverto il peso del mio corpo e per la prima volta mi accorgo del disservizio preannunciatomi dall’agenzia immobiliare “AFFITTASI APPARTAMENTO - ZONA TERMINI - NO ASCENSORE” .
Mentre salgo le scale mi chiedo perché non ho reagito, perché sono rimasto inerme “Mica ho i soldi che mi escono dalle tasche!?”. Ma lo so perché non ho reagito, perché sono semplicemente un codardo ed ho una paura fottuta di morire, o forse di uccidere per difendermi.
Spesso giro nei dintorni della stazione.
La stazione è lo specchio della frantumazione sociale.
“I meno fortunati” li chiamano!! ma come si fa a chiamare meno fortunato chi vive senza tetto, una casa di cartone, un randagio per termosifone. Di notte riesco a sentire il dolore di quest'umanità disperata, ma di giorno anch'io sono vittima del mio atteggiamento mediocremente distratto.

Microsfere di polietilene (racconto)



“Ma che me ne frega dell’inquinamento!”.
Urlava forte Diego ad Alessandra.
“Tu sei matta e anche comunista! Io dovrei sentirmi un verme perché provo piacere nel toccare le gambe di Monia e respirarne a pieni polmoni il profumo della pelle?!”.
Ad Alessandra stava quasi per esplodere la carotide, rossa in viso, riuscendo a stento a non strozzarsi mentre beveva dal bicchiere di plastica ed urlò: “Tu sei un ignorante! Non sai che nelle creme, cremine e prodottini, sono insediati miliardi di microsfere di polietilene che dagli scarichi delle abitazioni arrivano paro paro nel mare e vengono mangiati dai pesci, inquinano e te le ritrovi accumulati nella pancia e producono tumori! Bestia!”. Diego sornione, rideva, come un adulto sorride all’invettiva di un adolescente che vuole cambiare il mondo e disse: “A me il pesce non piace”. “Sei uno stronzo!” “Probabile, ma a te quei tipi ecologisti, ti stanno facendo il lavaggio del cervello!” “Tu sei marcio ed ignorante e non ti interroghi su niente!” “Ale tu stai fuori!” “Io sto fuori!? Ma ti rendi conto che per il semplice fatto di dover apparire belli e perfetti, da copertina, quanto male facciamo all’ambiente e a noi stessi?!” “Certo che potrei rendermene conto” “No, che non te ne rendi conto, altrimenti mediteresti prima di esaltare la levigatezza della pelle di Monia, cantare a destra e a manca quanto ti fa sballare...mentre....scopate..!! “Tu sei gelosa, della sua leggerezza! E poi non è una ragazza ignorante”. “Non è ignorante?! Ma se avrà letto al massimo, nella sua intera vita, due libri, e non immagino di che specie!” “Invidiosa! Monia è anche laureata, mentre tu sei parcheggiata all’università e non riesci a laurearti cercando un tema adatto per la tua tesi del cazzo!” “Bastardo! Non hai argomenti e tiri in gioco l’università, io cerco un senso nelle cose che faccio! E non ho votato la Santanchè perché mi piaceva la borsa da un miliardo di euro che indossa come un trofeo!” “Comunque la politica non c’entra niente, stai solo dando i numeri!”.
….continua...non lo so...

venerdì 17 luglio 2009

Diaologo delle quattro pm.



- Perché parti?
- Qui non sto più bene.
- Cosa ti manca?
- Niente.
- Allora?
- Magari c'è altro del quale io ignoro l'esistenza, insomma magari è quello che potrebbe - mancarmi, quindi...parto.
- E gli amici?
- Non ne ho
- Amori?
- Nemmeno
- E la tua famiglia?
- Sopravviveranno ugualmente
- Dove andrai?
- Non lo so ancora, per ora parto
- Non ti terrorizza non sapere dove andrai, cosa farai?
- No, mi terrorizza maggiormente restare fermo qui, appagato
- Sei un irrequieto?
- No assolutamente no, sono sereno.
- Uhm, capisco. Beh, per oggi la seduta è finita.
- Ok. Mi accompagnerebbe fino all'ascensore, ho difficoltà nell'ultimo tratto con la nuova carrozzella.
- Certo, ovviamente.
- Alla prossima settimana, allora.
- Giovedì, ovviamente, alle quattro.
- Arrivederci
- Arrivederci

martedì 10 febbraio 2009

Uno strano lavoro 1 (Racconto)


Uno strano lavoro (Primo)


M. è in attesa, alla fermata di Largo Argentina. Cambierà il ‘40’ con il ‘90’, diretto a Via Nomentana. Sono qui dalle 7.00, aspettando che arrivi. Ha le iniziali del nome ricamate sulla sua camicia: ‘M.R’.. Ha fretta. Anche io ho impellenza, ma il mio lavoro richiede calma. Arriva il ‘40’. Salgo. M. spintona una donna che impreca in una lingua che non conosco. M. riesce a sedersi. Il posto a fianco resta vuoto, mi ci siedo io. Ha un buon profumo, ma diverso da quello che usava ieri. Tamburella nervosamente le dita sul passamano in metallo. L’abito che indossa sembra essergli stato cucito addosso. Io, per il lavoro che faccio, ho creduto fosse opportuno indossare un vestito impersonale e ne ho acquistato uno usato a porta portese. Prendo coraggio: “Stamattina il tempo non promette niente di buono!” - “Infatti” - “Le si prospetta una giornata dura a lavoro, vero?” - “In un certo senso”. Devo consegnare al più presto la mia prima relazione ed ho ancora poche informazioni: “Se non sono indiscreto, posso chiederle di che cosa si occupa?” - “Faccio un lavoro un po’ particolare”. M. Seccato volge lo sguardo verso il vetro. Arriviamo a Termini. Lo seguo, salendo sul ‘90’. Dopo sei fermate scende. Attraversa la strada, arriva al civico 36 e scompare come inghiottito dal palazzo. Analizzo le targhette del citofono, ma niente di indicativo. Deluso mi allontano. Non ho nemmeno i soldi per un caffè. Gli ultimi li ho investiti per acquistare l’abbonamento di Marzo. Scrocco una sigaretta ad un passante e mi siedo a fumarla seduto sulla panchina della fermata. Che strano questo lavoro che ho trovato. Nemmeno un colloquio di persona. Ho riposto ad un annuncio: ‘Sei un giovane, massimo trent’anni, ti paice viaggiare, contattaci?’. Quando chiamai un voce di uomo mi spiegò velocemente di cosa si trattava: “Lei sa usare il pc?” pieno di me: “Si certo ho anche la patente europea” la voce: “Bene, lei dovrebbe semplicemente andarsene in giro, con i mezzi pubblici, osservare le persone ed annotare informazioni riguardanti le loro caratteristiche, la loro vita. Mi raccomando, senza essere invadente! Anzi lei dovrebbe riuscirci senza fare domande”. Io un po’ perplesso, gli chiedo: “E poi?”. “Le ci invierà le relazioni per posta, ora le detto l’indirizzo, lavoro chiocciola osservare punto it, se le troveremo soddisfacenti la pagheremo quindici euro per ognuna”. “E come mi pagherete?”. “Non si preoccupi. Nella mail indichi generalità, telefono, coordinate bancarie”. “Ma io non ho un conto corrente”. “Possiamo anche pagarla in contanti. Lei lavori sodo, e spedisca, spedisca, poi la contatteremo noi. Lo consideri un periodo di prova. Io sono il dott. Gorgone. Ora mi dispiace ma devo lasciarla ho una riunione, buona giornata e buon lavoro!”. Chi sa di queste relazioni cosa ne faranno. Mah?. Forse indagini di mercato. Inizia a piovere. Risalgo sul ‘90’ in direzione Termini. Prenderò la metro. Forse lì avrò più fortuna. Ma è ancora più difficile, camminano tutti velocemente. Un incrocio di etnie, sguardi, gambe leste; è impossibile!. Questo lavoro non fa per me. E poi, quante relazioni dovrei inviare per guadagnarmi una parvenza di dignità nella Capitale!?. Si, mi piace andarmene a zonzo per la città ed osservare le persone, ma non posso continuare a parassitare. Non mi và di gettare la spugna terzo giorno di lavoro. Alle 15.00 in punto mi apposto all'uscita dell'edificio dove lavora M.R. Alle 17.00 M. esce, lo riconosco dalla giacca beige ed il cappotto marrone chiaro. Non si dirige verso la fermata del '90', cammina velocemente nella direzione opposta. Fa cenno con la mano ad un uomo appoggiato ad un auto. Non lo saluta nemmeno e sale nella macchina. Venti metri distante, fingo di leggere un manifesto. Li osservo discutere animatamente. Potessi sentire cosa si stanno dicendo!. M. gesticola nervosamente ma all'improvviso sembrano calmarsi, si osservano negli occhi e si baciano appassionatamente. Ecco!. Ora si che ho qualcosa di interessante per la mia prima relazione. Dopo mezz'ora M. scende dalla macchina e si avvia alla fermata del '90'. Lo seguo. Estrae qualcosa dalla tasca, è un anello e se lo infila al dito. M.R. ha una relazione con un uomo ed è anche sposato. Interessante!. Il ‘90’ arriva ed io mi ci fiondo dentro. Non riusciamo a sederci. Lo osservo, vorrei abbracciarlo, ringraziarlo, comunicargli la mia gioia. Lui accenna un saluto con la testa. Gli dico: “Allora com'è andata a lavoro?” - “Normale”. “ Ed a lei?” - “Bhè, per oggi non posso lamentarmi!”.



Secondo


Cammino lento per Via Nazionale. Sono sceso dall’autobus per le insopportabili vibrazioni causate dal matrimonio mal riuscito tra i moderni autobus ed i milioni di sampietrini. La progettazione fondata su modelli ideali non rende quasi mai. I ponti reggono perchè costruiti con l’ideale del sovradimensionamento.
Peccato esser dovuto scendere, c’era una ragazzo sul quale avrei voluto indagare. L’ho sentito, mentre parlava al cellulare: “Clara, io non so più che strada perseguire, mi guardo intorno ed avverto troppa ostilità in questa città …” poi gli schianti degli ammortizzatori mi hanno impedito di ascoltarne il seguito. ‘Ostilità!’, chi sa cosa intendeva quel ragazzo per ‘ostilità’.
In questo momento di ostile avverto solo il suono assordante delle auto, clacson, motori, cantieri, i cellulari. Ma non sono entità indipendentemente ostili; è l’uomo che aziona questi congegni.
Ogni dieci passi sono travolto da un attentato pubblicitario. Non mi sono mai interrogato profondamente sulle dinamiche della comunicazione pubblicitaria, ma credo sia ormai chiaro a chiunque il funzionamento dell’infusione del desiderio per promuovere il prodotto adatto a soddisfare il bisogno indotto.
Ieri ho notato una megacartellone pubblicitario, credo di una marca ti mutande, o di intimo maschile, ma poco cambia resta sempre un indumento atto a tenere saldo l’apparato riproduttivo.
Questo cartellone raffigurava Beckham, in tutta la sua bellezza, con un pacco enorme. Le mutande sono delle dimensioni di una smart. L’ho osservato ma, ragionando, non sono riuscito a credere che comprando quella marca, sarei diventato bello, con un pacco enorme e ricco come la popcalciatorestar. Però quella cosa deve funzionare, per spendere tanti soldi nell’allestimento.
Che pensieri mi vengono in mente!?
Ieri sera ho trascritto la mia prima relazione sintetica e l’ho spedita. Chi sa se avrò un riscontro. Questo lavoro inizia a piacermi.
Ho deciso di darmi un mese di tempo, fin quando non scadrà l’abbonamento, sempre se mio zio Amedeo non mi caccerà prima di casa, lamentandosi per la mia inettitudine. Sono fiducioso.
Mia zia è una donna sofferente, perché non hanno avuto figli e tenendomi con loro in casa e come se si trovassero, improvvisamente, con un figlio di ventidue anni.
La zia è davvero premurosa. Cambia ogni tre giorni le lenzuola del mio letto e di mattina mi chiede se tornerò per pranzo e cosa desidero mangiare. Mio zio, che ora in pensione, mi guarda un po’ con sospetto, alza gli occhi dal giornale e non dice una parola. Ma l’aurea della zia mi protegge.
Non le ho parlato del mio lavoro, l’avrei spaventata. Le dico che vado in giro per fantomatici colloqui, ed interminabili giri per le agenzie di lavoro interinale.
Ma prima o poi dovrò dar loro conto sul perché un giovane perito informatico non riesce a trovare un impiego.
Mi fermo in piazza della repubblica. Ormai i numeri degli autobus non mi interessano , non scelgo, per me sono uguali, devo indagarne il contenuto.
Mi osservo intorno, niente di interessante. Figure umane perse nel vuoto. Qualcuno ondeggia al ritmo di quello che ascolta in cuffia.
Come spesso mi capita, occupo il posto degli invalidi.
Chi potrei essere delle simboli che contrassegnano la riserva del posto: la donna con il pancione, il bambino che porta in grembo, la donna con il braccio fasciato con un pappagallo appollaiato sulla medicazione…o l’uomo con il bastone che balla. No, nessuno di questi…so che non si dovrebbe fare, ma, prendo il mio pennarello indelebile e disegno, con quattro linee e un cerchio, un uomo, poi tre cerchi che gradatamente verso l’alto si ingrandiscono confluendo in una nuvoletta ed al centro della nuvoletta abbozzo un punto interrogativo. Ora c’è un simbolo anche per me.

Intermezzo primo (racconto)



Intermezzo primo


Se avessi le mani più sottili risulterei piuttosto elegante quando rullo il goldenvirginia nelle rizlagrigiocorte. Sorrido nel pensare che qualcuno possa supporre che fumi il tabacco sfuso per gusto-moda. Si potrebbe arzigogolare qualche verso in merito alla tecnica per chiuderle, ma fumo tabacco sfuso solo per indigenza.
Ieri Claudio, boccheggiando, nel tentativo di prendere fiato, a causa dei polmoni rovinati da tre enfisemi, mi ha chiesto una sigaretta ed io mi sono vergognato di non avere un pacchetto scintillante di camelightdaventi. Le sue mani tremanti non erano in grado di rullarla e se gliela avessi confezionata io, sarebbe risultato offensivo.
In treno è proibito fumare, ma non per noi.
Claudio urlava al conducente: “Arriviamo alle quattro, arriviamo alle quattro di notte! hai perso tempo per prenderti il caffè!. Ma erano solo le sei del pomeriggio. La sua invettiva era sostenuta da almeno venti anni trascorsi a bordo di treni a lunga percorrenza come capotreno. Di certo non era stato il caffè a determinare il ritardo, ma il vizio di prendersela comoda poteva in qualche modo condizionare l'orario dei treni. Era chiaro.
In carrozza qualcuno iniziava ad innervosirsi sempre più ad ogni fermata scandita: “Arriviamo alle quattro, arriviamo alle quattro! hai perso tempo per il caffè!. E così fu a Casalnuovo, uguale a Pratola Ponte, ancora più forte a Pomigliano D'Arco. Claudio urlava cercando il mio consenso. Provavo più vergogna che pietà. Nel suo cervello qualche zona doveva ancora essere intatta e mi allocava tra gli affetti familiari. Mi aveva riconosciuto. Non potevo sottrarmi. Mi sedetti accanto a lui.
Non so chi glielo avesse dato, ma aveva in mano un depliant di biancheria intima femminile. Il gioco era fatto.
- “Claudio che gli faresti a questa?”
- “Glielo metterei in bocca!”. Pronuncio queste parole con una sincerità tale che le donne che ci ascoltavano non si scandalizzarono affatto.
- “E questa invece?” sfogliando a casaccio.
- “A questa glielo metterei in culo!”
La gente sembrava divertirsi. Orami lo avevo scagionato. Il fastidio provocato dalle ingiurie ripetute al capotreno era scoparso.
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “No Claudio non ne tengo!”
- “Ce l'hai una sigaretta?. Lo sai che ho tentato il suicidio?”
- “Si lo so!”
- “Guarda le braccia!”
- “Si Claudio lo so!”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
Scendo dal treno trai i sorrisi acclamanti dei passeggeri.
....pomeriggio successivo.
Sono in ritardo per la coincidenza per Roma. Alla penultima fermata sono pronto a correre sperando in un ritardo dell'intercity delle 15.45.
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
- “Ce l'hai una sigaretta?”
....credevo di essere sceso dal treno!!!!.
Prendo Claudio sotto braccio e gli dico: “Andiamo a bere un caffè!
- “Si vengo! ma ce l'hai una sigaretta?”

lunedì 9 febbraio 2009

Bolle da Fiuggi (racconto)


Bolle da Fiuggi

Tutto è pronto per lo spettacolo. Immagino l’eccitazione del corpo di ballo selezionato, per l’esibizione in Piazza del Duomo di Milano.
Un cielo grigio cupo minaccia pioggia.
L’ordine delle panche, in fila, è rigoroso, quasi maniacale. Mi distrae l’ironia di un colombo appollaiato su di una sedia, tra quelle nella prima fila. Bisogna impegnare le due ore antecedenti del chi è di scena. Parto alla ricerca di un distributore di alcol, ma nonostante sia a Milano, non credo ce ne siano installati. Adocchio un bar, intravedo il cassiere, è straniero ma veste troppo bene; anche qui mi spenneranno. Sono le sette del pomeriggio ed i supermercati sono aperti. Con passo distinto mi introduco in un discount. Il mio animo ha la predisposizione di chi sta andando all’esibizione di Bolle e m’impongo un’andatura altezzosa ed elegante. Al reparto alcolici non mi risulta difficile scovare il whiskey più economico. Il suo nome emula una marca famosa, che mi suona quasi: ‘Gioacchino Daniele…per chi sa apprezzare l’effetto e non il gusto’ . Alla cassa pago, con il bancomat e ringrazio. All’uscita lo ripongo nello zainomarsupioverdemilitare, che porto a tracolla.
Mi imbrazza dover sorseggiare il mio whiskey tra la gente.
Entro alla Rinascente. Do un’occhiata ai vestiti nel reparto uomo, scelgo una giacca e mi avvio verso le cabine per provarla. La giacca, se non dovessi pagare l’affitto, la comprerei davvero. Poco prima di scomparire un commesso mi chiede se ho bisogno di aiuto ed io: “ Non si preoccupi, voglio solo misurarla, faccio da me!”.
Stappo silenziosamente la bottiglia. Un'umanità fuori è alla ricerca di qualcosa, oggettivamente gradevole, con cui vestire la propria tristezza. Avranno un bel da fare in casa per sfilare in solitudine davanti allo specchio e la loro vita sembrerà meno triste. Usciranno di casa non per vivere ma per indossare il vestito che hanno acquistato.
Anche se non ho possibilità di scelta, getto giù un piccolo sorso per assaporarlo, l’esagerata dolcezza già prelude la fermentazione che avverrà nel sangue. In uno solo sorso ne bevo quasi un quarto; i negozi tra un po’ chiuderanno. Esco dalla cabina che sono ancora sano. Vorrei rubare la giacca, ma non ne sarei capace e potrei morire dalla vergogna. Ripongo il pezzo di stoffa che mi ha corteggiato ed esco. Ora si che Milano è sopportabile!. Mentre mi avvio al Duomo mi passa davanti un gruppo di ragazzi. Dall’accento comprendo che sono calabresi. Appaiono spensierati. Forse loro sono felici di vivere qui, sono di quelli che quando ritornano a casa, al sud, in estate, narrano della l'eroica quotidianità nella grande Milano, della quantità industriale di donne che hanno posseduto, che amano Milano, che non cambierebbero Milano per nulla. E poi li rivedo ai discount a scegliere la peggiore qualità di tonno, per nutrirsi, e non inficiare sul proprio stipendio infimamente dignitoso. Che tristezza!. Ma la civiltà ha un prezzo, anche mangiare tonno e riso per mesi.
Ho bisogno di mandare giù un altro sorso. Dove posso andare?. Ma che stupido che sono!. Ecco, lì a due passi, un vespasiano di vetroresina pronto all’uso; forse sarà più pulito del mio cesso di casa.
Non esito a mettermi in fila. Devo pisciare davvero. Sono tutti emozionati, lo spettacolo sta per iniziare. Nel cesso bevo avidamente, sento gli applausi che incitano gli artisti ad iniziare. Mimo, con le braccia, nell’angustio spazio, un direttore d’orchestra che da l’attacco e, come per magia parte la musica. Esco dal vespasiano. Sono ubriaco. La fila di persone, che è in attesa per pisciare, avverte nel mio sorriso qualcosa di strano e d’istinto si allontana, allargandosi in cerchio, a tempo di musica.
La platea che mi si figura davanti appare come un campionario dell'umanità. Tento di passarla in rassegna, ma c’è un corpo sul palco, che sprigiona un’attrazione magnetica, impressionante. Sono distante, ma la definizione dei suoi muscoli avrebbe fatto arrapare anche Michelangelo, tanto da sacrificare l’inevitabilità di David con Roberto. Sorrido al suono della mia idea: ‘Il Roberto di Michelangelo’. Non danza, accarezza l’aria, vola, suadente come una donna, forte come Ercole. I suoi muscoli si solidificano e si liquefanno con frequenza allucinante; è bellezza. Le note di Čajkovskij addomesticano il mio liquido interstiziale, il mio barcolio è impercettibile ed a tempo di musica. Sono estasiato. Un applauso roboante inarca le labbra di Roberto, imponendogli un sorriso impietrito. Lo spettacolo continua.
Alla mia sinistra, una famigliola al completo. Padre annoiato, che immagina le possibilità di penetrazione apprezzando le contorsioni di una delle ballerine. La bambina, che avrà massimo sette anni: “Quel arabesque non è perfetto, io lo faccio meglio!. Vero mamma?”. “Si piccola, è vero”. Intanto un ragazzo abbraccia il compagno come a dirgli: “So che mi capisci, con Roberto ti tradirei senza averne pentimento!”. E l’atro : “Si, anche io! Ma abbracciami più forte”.
Una tardona con pelliccia, baluardo di qualcosa che non si può descrivere, sorride intorno, facendo pubblicità all’alchimista artefice del miracolo, darle la possibilità di andare in giro senza che la faccia se ne cada a pezzi o si aggrovigli al foulard di seta che ha profumato con un profumo di almeno 15 euro a spruzzo.
Intanto la bellezza continua ad imperare sul palco.
Immagino la tristezza di quei corpi, in futuro, devastati dalla vecchiaia. Spero che curino, con l’accanimento con il quale esercitano la plasticità del corpo, nelle le estenuanti ore di esercizio, anche lo spirito, perché la bellezza è del corpo ed è mortale, ma l’eleganza è dell’anima e supera il decadimento del tempo.
A fine esibizione, l’applauso è sincero e fragoroso. Sono ubriaco, ma felice. Inizia a piovere. La gente, come una mandria, si muove sincrona in direzione della metropolitana. Mi siedo su di marciapiede ed osservo la piazza che prende forma come l’aveva immaginata Mengoni.
Mi fanno compagnia pochi stranieri, ma entro mezz’ora vanno via anche loro. La pioggia incalza.
Ora a farmi compagnia resta l’immagine enorme che raffigura Roberto Bolle che pubblicizza una bottiglia di acqua Fiuggi.
Lentamente si ritorna al mecenatismo.

Marco Smorra's Fan Box